Dietro una grande azienda produttrice di latte con un fatturato di 220 milioni di euro, che raggruppa 11 cooperative agricole in nove regioni italiane per un totale di oltre mille allevatori, c'era un datacenter da rinnovare. Non a causa di una particolare obsolescenza tecnologica, anche se gli anni in questo campo passano velocemente, ma per approfittare dei miglioramenti nella tecnologia, così da essere una risorsa e non un peso per l'attività del gruppo Trevalli Cooperlat. «Il nostro compito è rispondere alle esigenze di business e non essere un collo di bottiglia», ha spiegato il chief information officer, Serenella Ruggieri, «quando si è trattato di ridisegnare il datacenter siamo partiti dalle caratteristiche che deve avere oggi un'infrastruttura IT: tutto deve essere molto fruibile, dal momento che la componente infrastrutturale tecnologica oggi è una commodity, tenendo presente che la mission del reparto Edo consiste nell'essere il garante della disponibilità e consistenza delle informazioni aziendali».

I risultati misurabili sono stati immediati, con risparmi sull'energia elettrica, lo spazio fisico e la manutenzione.
Trevalli Cooperlat è nata nel 1982 tra nove cooperative agricole su iniziativa della Confcooperative Marche per poi acquisire dopo pochi anni Clamj Trevalli, proprietaria della centrale del Latte con sede a Jesi, continuando il percorso di crescita con nuove acquisizioni e in particolare una cooperativa di secondo livello, alla quale aderiscono altre cooperative che hanno poi i rapporti diretti con gli allevatori. Una media realtà aziendale dell'industria lattiero-casearia nota anche per i suoi prodotti non basati sul latte, come la panna vegetale Hoplà.
Con l'intervento dello scorso anno il datacenter è stato completamente ridisegnato in collaborazione con Ibm e con il business partner che segue da tempo la Trevalli, Eurolab. «Avevamo un sistema informativo già basato su cloud privata e virtualizzazione sulla parte server», ha spiegato Ruggieri, «ci eravamo posti come obiettivi la crescita delle prestazioni unita alla capacità e all'utilizzo della virtualizzazione sullo storage. Ci appoggiavamo già su Ibm e abbiamo confermato questo rapporto dopo aver effettuato una selezione in cui abbiamo valutato altre proposte. Devo dire che con un partner diverso da Ibm il costo sarebbe stato più alto con soluzioni enterprise di alto livello».
La fase progettuale è stata piuttosto lunga. Da febbraio a giugno 2011 la società ha iniziato il processo di valutazione, studiando la soluzione migliore: criticità note da superare, capacità di crescita e definizione delle possibili soluzioni. A luglio si è partiti invece con il progetto per avere il funzionamento definitivo i primi di dicembre.
Trevalli, tra le altre cose, ha consolidato tramite virtualizzazione tutti i 60 server fisici basati su piattaforma Windows e Linux su un Ibm BladeCenter H, dove hanno trovato posto virtuale anche i tre sistemi iSeries per Sap. Anche lo storage è stato virtualizzato utilizzando sempre hardware Ibm (Storwize V7000). Struttura ridondata per garantire la continuità anche in caso di fermo delle macchine principali.
L'investimento completo è stato di circa 800 mila euro. «Dal punto di vista fisico», ha spiegato Ruggieri, «al raddoppio delle prestazioni e capacità è corrisposto un dimezzamento degli spazi fisici occupati e un risparmio energetico stimato in circa il 25% annuo per la sola sala macchine. Questo significa che abbiamo la possibilità di usare gli spazi delle sale macchine in maniera più efficiente, spendendo meno. Dal mio punto di vista c'è inoltre la possibilità di avere un unico strumento di monitoraggio del datacenter». (riproduzione riservata)