Milano Finanza
Numero 015 pag. 1 del 21/1/2012 | Indietro
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La superlenzuolata del governo Monti, ricca di liberalizzazioni ma anche solo di immagine, potra' davvero determinare lo sviluppo di cui l'Italia ha estremo bisogno per salvarsi?

Non pochi ne dubitano.

Non per mancanza di serieta' dell'azione del governo e non perche' le liberalizzazioni non siano da fare, ma per il fatto che a provocare la recessione non sono in maniera significativa i cartelli e le inefficienze delle categorie e dei servizi a cui si rivolgono le liberalizzazioni, bensi' la mancanza di fiducia dei consumatori e le ridotte disponibilita' nelle loro tasche dopo la crisi finanziaria del 2008 e la crisi drammatica del debito degli Stati del 2011, con le conseguenti manovre di prelievo fiscale, inclusa quella del governo attuale, piu' dura di tutte le altre.

Certo, tagliare il cartello del gas o dei servizi bancari qualche risparmio lo generera' nelle tasche degli italiani, ma sara' quasi una goccia d'acqua nel mare. Le liberalizzazioni possono avere, come hanno, un valore di indirizzo, di cambiamento, di apertura del mercato e in tal senso vanno approvate, ma i nodi da sciogliere sono ben altri che raddoppiare le licenze dei taxi, accrescere il numero delle farmacie, avere una riduzione delle tariffe assicurative Rca se si applica una scatola nera alla propria auto, cancellare le tariffe minime e massime di alcune categorie professionali... In alcuni casi, addirittura, potra' esserci un indebolimento del sistema economico-industriale, come nel caso della separazione di Snam rete gas dalla mamma Eni, che rappresenta uno dei pochi baluardi multinazionali italiani. Sembra un po', in questo caso, la replica delle folli privatizzazioni per entrare nell'euro fatte dal governo Prodi-Ciampi: pur di mostrare che l'Italia voleva fare tutto quanto veniva descritto come modernita', furono fatte vere e proprie svendite fino al caso clamoroso di Telecom Italia, abbandonando per di piu' la nave a nocchieri che avevano appena lo 0,7% del capitale e che infatti hanno portato la allora fortissima societa' telefonica alla tempesta dell'Opa e del forte indebitamento successivo, mentre Francia e Germania si sono tenute ben stretto il controllo delle loro France Te'le'com e Deutsche Telekom.

Per fortuna, nei giorni scorsi a Londra, proprio nella patria di coloro, le banche d'affari, che hanno tratto enorme vantaggio da quelle privatizzazioni fatte per la fregola del duo Prodi-Ciampi di mostrarsi moderni, il presidente Mario Monti ha spiegato che altre privatizzazioni al momento non saranno fatte: la fretta fa i gattini ciechi e depaupera il Paese.

Tuttavia, in questo momento occorre tenere solido il sistema e appunto l'altra faccia della separazione di Snam rete gas da Eni e' appunto quella di indebolire l'unica societa' italiana veramente forte sul mercato. e' per questo che la decisione anche in consiglio dei ministri e' stata molto contrastata e il governo farebbe bene a prendersi tutto il tempo concesso da Bruxelles prima di farla. Non e' escluso che lo si faccia anche perche' comunque i tempi per attuarla materialmente sono lunghi e quindi per il momento i benefici di una tale decisione sono solo d i immagine non per le tasche dei cittadini.

Il presidente Monti e il ministro Corrado Passera del resto sanno bene che per rilanciare realmente lo sviluppo occorre ben altro. Per esempio, immettere liquidita' nelle tasche degli italiani con il pagamento entro 60 giorni dei debiti dello Stato verso aziende e privati in genere, anche con lo strumento dei Bot garantiti, come suggerito da questo giornale e dagli altri media economico-finanziari di Class Editori fin dai primi del settembre 2011 con l'articolato di legge preparato da Andrea Monorchio e Guido Salerno Aletta per l'associazione L'Italia c'e', nata dal primo appello-impegno all'acquisto di titoli di Stato sottoscritto da oltre 11 mila italiani che contano. Gesto che sembra essere stato recepito dal decreto, anche se con modalita' tutte da verificare (come si spiega in questo numero a pag. 18). Eppure sarebbe veramente importante per dare liquidita' al sistema, visto che la liquidita' sara' doppia in quanto le aziende potranno scontare i titoli presso le banche e le banche presso la Bce. Ma ci vuole ben altro per scongiurare due anni di pesante recessione, come anche il Fondo monetario internazionale ha previsto nei giorni scorsi.

Una strada e' obbligata e altamente virtuosa, l'altra puo' essere strettamente legata alla prima e puo' far leva sulle poche, grandi aziende che costituiscono le vere infrastrutture del Paese, sulle quali il governo ha forte potere di intervento.

A rendere obbligatoria la prima via e' stata l'ennesima dichiarazione di pochi giorni fa della cancelliera Angela Merkel, la quale con l'aria di fare un apprezzamento rispetto al lavoro di Monti, ha di fatto escluso qualsiasi contributo particolare a favore dell'Italia: "L'Italia puo' farcela da sola". Sarebbe stato divertente vedere la faccia della signora che viene dall'Est se una risposta analoga fosse stata data alla Germania dall'Italia e dagli altri Ppaesi europei quando il cancelliere di allora, Helmut Kohl, chiese all'Unione comprensione e aiuto per fare l'unificazione delle due Germanie. In ogni caso, e' inutile recriminare: la Germania non vuole fare che il minimo indispensabile (se lo fara') per far uscire dalla crisi l'Italia e gli altri Paesi colpiti dal contagio della Grecia. E in tal senso va anche l'ultima bozza del nuovo accordo fiscale che dovra' essere approvato dal prossimo Consiglio europeo: li' c'e' l'imposizione di ridurre di 1/20 all'anno l'indebitamento che supera il 60% del Pil. L'ultima bozza dice che chi non firmera' l'accordo cosi' com'e' non avra' nessun aiuto ne' dal fondo per il salvataggio degli Stati, ne' dagli eventuali eurobond.

Nell'incontro con la Merkel, a Berlino, pochi giorni fa, Monti, di fatto anche a nome del piccolo Napoleone, Nicolas Sarkozy, aveva chiesto flessibilita' sul rientro in base a una serie di elementi che gia' esistono nel Trattato di Maastricht. Appare evidente che la Germania, il solo Paese insieme ai suoi satelliti che puo' aprire i cordoni della borsa, fara' di tutto per imporre la massima rigidita'.

Stando cosi' le cose diventa sempre piu' urgente il gesto autonomo di tagliare da parte dell'Italia il proprio debito di almeno 300 miliardi (100 all'anno) si' da uscire dalla situazione di soggezione e anzi di sottomissione nella quale si trova. E anche a Monti e ai suoi ministri appare chiarissimo che il taglio del debito, ne' drastico e immediato, ma neppure progressivo sulla base del ventesimo, potra' avvenire con la riduzione della spesa e l'incremento delle imposte. Il professore della Bocconi, che si sta impegnando con una tempra da leone, lo ha detto chiaramente: non sara' possibile fare nessuna altra manovra senza correre il rischio di ridurre in totale poverta' il Paese per un numero lunghissimo di anni.

Quindi la soluzione e' quella che questo giornale, gli altri media di Class Editori e oltre 15 mila italiani che contano hanno indicato da mesi: lo Stato dovra' mettere in un fondo, o in una societa', asset immobiliari e mobiliari per un valore (generoso) di 300 miliardi e chiedere agli italiani che sottoscrivano quote o azioni, in base al loro reddito dichiarato e a quello accertabile attraverso i sostituti d'imposta. Si', un investimento forzoso, ma l'unico che puo' permettere il taglio drastico e immediato. Non il massimo della vita, in partenza, ma ovviamente neppure comparabile per violenza all'imposizione di nuove tasse e a un altro taglio delle spese pubbliche (salvo gli sprechi) perche' tutto cio' farebbe appunto precipitare il Paese nella piu' nera miseria con una recessione che non avrebbe precedenti nella storia mondiale. Invece, l'investimento sia pure forzoso puo' diventare un'occasione di riconciliazione fra lo Stato e gli italiani, specialmente se lo Stato, come fanno tutti quelli che vendono azioni della propria societa' in borsa al momento della quotazione, assegnera' agli asset un valore inferiore al reale, che con il tempo e la buona gestione potra' trasformarsi in un forte capital gain per tutti gli italiani che saranno chiamati a sottoscrivere, visto che chi ha redditi bassi dovra' essere ovviamente esentato.

Come i lettori di questo giornale sanno, per giovedi' 26, dopo il rinvio del 19 per rispetto verso il governo riunito in preconsiglio dei ministri, si terra' il Tagliare il debito, fare sviluppo Day presso la Borsa italiana. In previsione di questa importante tappa nel cammino di risanamento, Class Editori ha commissionato un sondaggio a Swg per verificare la disponibilita' degli italiani a sottoscrivere quote o azioni dell'entita' dove lo Stato e gli enti locali dovranno inserire loro asset per tagliare il debito, subito e drasticamente. Come sara' mostrato sugli schermi dell'ex floor della Borsa Italia, le percentuali sorprenderanno tutti. Una conferma appunto che L'Italia c'e'. E gia' con il taglio massiccio del debito si fara' un grande passo avanti anche sul reperimento delle risorse per capovolgere le previsioni funeste di recessione e fare sviluppo. Basta considerare che il risparmio in tre anni nel pagamento degli interessi potra' essere pari anche a una quindicina di miliardi, ma in realta' molto di piu' perche' l'effetto taglio si riverberera' sullo spread, che questa volta potra' si' precipitare e tornare vicinissimo al costo del denaro della Germania.

Ma per lo sviluppo c'e' appunto una seconda via, che si collega direttamente alla vendita degli asset. Una parte del patrimonio che lo Stato dovra' passare agli italiani (ricchi di 3.600 miliardi di attivita' finanziarie, di cui 1.000 cash presso le banche e oltre 4.800 miliardi di beni immobili) e' infatti costituito da piccole (e in alcuni casi anche grandi) partecipazioni azionarie nelle societa' controllate dal Tesoro: Terna, Enel, Eni, Poste, BancoPosta, Ferrovie dello Stato. In particolare fra queste ci sono due aziende, Poste-BancoPosta e Ferrovie (con l'alta velocita'), che possono fare da leva straordinaria per lo sviluppo, attraverso investimenti destinati tutti alla crescita di efficienza del Paese nel suo complesso, e allo stesso tempo contribuire a cambiare il volto e l'immagine dell'Italia.

Per anni l'immagine di efficienza della Gran Bretagna e' stata affidata alla straordinaria puntualita' di Royal Mail. Da sempre una delle manifestazioni piu' palesi dell'Italia inefficiente e non puntuale sono state le Poste. Oggi la situazione e' capovolta. Le Poste inglesi sono vicine al fallimento. Poste italiane, anche se al momento non e' a conoscenza del grande pubblico, sono diventate, sotto la guida di Massimo Sarmi, succeduto a Corrado Passera, una formidabile macchina digitale capace di prestazioni impensabili: l'infrastruttura fisica ed elettronica di Poste e' in grado di servire privati, imprese e la pubblica amministrazione sia per lo storage di dati sia per gli applicativi aziendali in ambiente di cloud computing; puo' agevolare il passaggio del sistema di pagamenti con moneta elettronica, capitalizzando l'esperienza di 8,5 milioni di carte prepagate; puo' organizzare sistemi di pagamento anche a domicilio, attraverso portalettere attrezzati; ha gia' innumerevoli carte con chip su cui possono essere inserite le informazioni piu' diverse, da quelle anagrafiche a quelle sanitarie; gestisce gia' 3 milioni di schede telefoniche mobili e sono gia' pronti per la tecnologia NFC, che permette a due terminali posti a stretto contatto tra loro di scambiarsi informazioni e pagamenti in automatico. Il tutto con una sicurezza cibernetica che e' uno dei punti di forza di Poste.

Lo stesso per le Ferrovie, che sotto la guida di Mauro Moretti sono da tre anni in utile (previsioni per circa 250 milioni nel 2011) e con un ebitda vicino al 20% che supera per percentuale quello delle Ferrovie francesi e tedesche nonostante trasferimenti da parte di Stato ed enti locali inferiori a quelli dei colleghi europei.

Il presidente Monti ha compreso immediatamente l'importanza strategica di queste due societa' e ha cancellato dalle liberalizzazioni lo scorporo della rete ferroviaria e la totale liberta' nelle attivita' postali, che avrebbero permesso ad altri operatori di espletare anche i servizi di notifica degli atti giudiziari, delle raccomandate ecc. Queste sono aziende da valorizzare ancora e collocandole nel fondo per il taglio del debito il governo potra' continuare a lavorare con i manager che le gestiscono perche' il loro valore salga a vantaggio dello Stato, dell'efficienza e dei cittadini che possiederanno quote del fondo.

Ma non solo: nel nucleo delle societa' dello Stato ce ne sono, come Terna, che hanno piani di investimento (e relativi finanziamenti gia' acquisiti) per miliardi, che possono aumentare altamente l'efficienza tagliando i costi dell'energia, e generando lavoro. Questi investimenti, come anche quelli di Enel o Eni, sono fermi per burocrazia. Occorre che il governo non si dimentichi di varare subito una legge che rimuova di colpo tutti questi ostacoli.

Questi, e pochi altri purtroppo, sono i campioni nazionali che bisogna mettere nelle condizioni di operare in velocita', perche' il mondo non attende. Altri campioni lo Stato dovra' contribuire a crearli, magari pensando l'impensabile, come mettere assieme treni e aerei. Un po' piu' di tassisti, di farmacisti, di notai, di benzinai indipendenti non servono a nulla. (riproduzione riservata)

Paolo Panerai

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